|
29 novembre 2008
Non c’è liberalismo senza Dio
Il saggio di Marcello Pera con un testo del Papa. «Il cristianesimo, chance dell’Europa»
«La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza», di una «speranza» possibile per la nostra società, per la politica, per il mondo delle istituzioni, ed in particolare per la vecchia Europa, «la terra più scristianizzata dell'Occidente e se ne fa un vanto». Dove vivere come se nessun Dio esistesse «non sta dando i frutti promessi». Europa che al cristianesimo deve ritornare «se vuole davvero unificarsi in qualcosa che assomigli ad una nazione, una comunità morale». Nel suo nuovo libro (Mondadori), Marcello Pera si mette sulle orme di Kant, (che nella Critica della ragion pratica affermava: «La speranza comincia soltanto con la religione»), e di Benedetto Croce («Non possiamo non dirci cristiani»). Ma ancora di più segue la lezione «scientifica» dell'empirismo inglese di Locke (che scrisse La ragionevolezza del cristianesimo), dei Padri fondatori della nazione americana e di Tocqueville. E proprio a partire dallo studio dei problemi drammatici di ordine morale, politico, religioso posti dalla convivenza umana contemporanea (da quelli bioetici a quelli dell'integrazione) giunge a spingersi più in là: dal «non possiamo non dirci» al «dobbiamo dirci cristiani».
I cambiamenti dell'ultimo scorcio del XX secolo richiedono, secondo Pera, per logica interna, questo ulteriore sviluppo, rispetto ai tempi in cui la società era ancora per larga parte permeata dal cristianesimo e dal suo spirito religioso. Perciò arriva a sostenere, dimostrandolo, che «alzare la bandiera cristiana» è l'unica occasione affinché non solo l'Occidente, ma anche ogni singolo essere umano (il liberalismo è per sua natura non etnocentrico, ma universalista) possa ancora avere una prospettiva positiva, una chance. «Non si tratta — annota Pera — di conversioni o illuminazioni o ravvedimenti». Sono queste «tutte cose importanti, delicate e rispettabili ma che attengono alla sfera della coscienza personale». «Si tratta di coltivare una fede (altra espressione appropriata non c'è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e di riaffermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli». E ancora: «I grandi Padri del liberalismo classico, questo problema lo avevano chiaro (...). Oggi che è diventato anticristiano, il liberalismo è senza fondamenti e le sue libertà sono appese nel vuoto». Si potrebbe dire che le «equazioni laiche» di Pera — ordinario di Filosofia della scienza a Pisa, studioso di Karl Popper, già coautore insieme all'allora cardinale Ratzinger del bestseller Senza radici — a livello della «ragion pratica» o della phronesis aristotelica, fanno il paio con quello che sul piano della metafisica è il teorema di Gödel, che dimostra matematicamente la necessità dell'esistenza di Dio.
Da una parte: «Dio esiste necessariamente, come volevasi dimostrare ». Dall'altra: «Per ciò e per concludere, dobbiamo dirci cristiani». Pera scrive: «Liberalismo e cristianesimo sono congeneri. Togliete al primo la fede del secondo, e anch'esso scomparirà». Il liberale è «cristiano per cultura». Per lui il «dono di Dio» è solo «un patrimonio di virtù, costumi, civiltà: la nostra». Differente dal «cristiano per fede» in Gesù Cristo, personalmente incontrato, seguito, amato. Ma essere solo «cristiano per cultura», giunti ormai alla fine del primo decennio del XXI secolo, non basta nemmeno più, secondo Pera: «Colui che si limita o si sente limitato, a sentirsi cristiano per cultura» non deve negarsi alla possibilità anche di credere in Cristo. «È necessario che la ricchezza dell'esperienza umana non sia amputata della presenza nella nostra vita del senso del divino, del sacro, del mistero, dell'infinito». Naturalmente questo è «un appello, motivato e drammatico, non ancora (se mai lo sarà) una soluzione teoreticamente già disponibile». Sono ragionamenti che hanno delle conseguenze «politiche» che faranno molto discutere. Pera, ad esempio, confuta quelli che negli ultimi anni sono diventati dei veri e propri tabù del dibattito pubblico italiano e internazionale. E cioè che possa esistere il cosiddetto «dialogo interreligioso». In questo, lo stesso Benedetto XVI, nella lettera che introduce al volume (un evento eccezionale, se non unico) e che qui pubblichiamo integralmente, gli dà apertamente ragione. Si deve piuttosto parlare di «dialogo tra culture ».
Allo stesso modo Pera dimostra la contraddittorietà intrinseca del concetto di «multiculturalità». Affinché quello che la ragione riconosce come necessario possa accadere nella vita di ciascuno e nella storia di nazioni e popoli, ci vuole una decisione. «Alla fine, sta a noi scegliere. (...) La scelta cristiana, di darsi a Dio (credente in Cristo, ndr) o di agire velut si Christus daretur (cristiano per cultura, ndr) ha prodotto i migliori risultati. Quella scelta ha grandi vantaggi, anche nel campo dell'etica pubblica. (...) Non separeremo la moralità dalla verità, non confonderemo l'autonomia morale con la libera scelta individuale, non tratteremo gli individui, nascenti o morenti, come cose, non acconsentiremo a tutti i desideri di trasformarsi in diritti, non confineremo la ragione nei soli limiti della scienza, non ci sentiremo più soli in una società di estranei o più oppressi in uno Stato che si appropria di noi perché noi non sappiamo più orientarci da soli». Ma una simile decisione, nessuno può nasconderselo, può essere generata solo dall'incontro con un fatto che susciti una fiducia e un'attesa. Di Ratzinger, «Papa della speranza cristiana», Pera scrive: «Posso solo dire che, nonostante tutte le mie sollecitazioni interiori, questo lavoro non ci sarebbe stato se Benedetto XVI non avesse scritto e parlato e non testimoniasse ciò di cui scrive e parla». Un fatto, insomma, che mantenga «aperta» la ragione a quella possibilità che tutto (il relativismo, l'aggressività del fondamentalismo religioso, la reificazione dell'uomo) «invoca » come necessaria. Solo la speranza, di cui scrive Paolo nella Lettera agli Ebrei, colma lo iato tra la condizione percepita dalla ragione come necessaria e la realtà. È per questo che Charles Péguy, nel Portico del Mistero della seconda virtù, fa dire a Dio: «La fede che più amo è la speranza».
27 novembre 2008
Non è giusto scusarsi per le colpe dei padri
Foibe, lager, colonialismo: i crimini non si ereditano
Fino a che punto sentirsi responsabili: una proposta per spezzare il circolo vizioso delle recriminazioni reciproche
Pietro Nenni, esule in Francia, quando essa - già travolta e prostrata dall' invasione tedesca - venne aggredita nel giugno del ' 40 dall' Italia, sentì il dovere di andare dal suo vicino di casa per chiedere scusa, quale italiano, di quel disonore di cui si macchiava il suo Paese nei confronti di quello che lo ospitava. Comprensibile nel suo sentimento di vergogna, quel gesto forse non era necessario; anzi, il vicino francese avrebbe dovuto ringraziare Nenni il quale, combattendo il fascismo - col dolore di porsi così contro un regime che trascinava con sé nell' onta la sua patria - era concretamente solidale con la Francia in quel momento atterrata. È doveroso, è giusto, è opportuno chiedere scusa per colpe di cui non si è responsabili, ma che ci toccano in quanto coinvolgono o hanno coinvolto in passato il Paese di cui siamo figli? Gianni Alemanno ha detto di recente, come riportato dal Corriere l' 8 novembre scorso, che «la Croazia non può entrare nell' Unione Europea se non riconosce lo scempio delle foibe che è avvenuto nel suo territorio... Dobbiamo dire ai croati che se non riconoscono questa vergogna non sono nostri fratelli europei». Alemanno è un sindaco e non un ordinario di storia contemporanea e gli si possono perciò perdonare le inesattezze pasticcione contenute in quella dichiarazione, fatta in occasione di una giustissima attestazione di solidarietà alla comunità giuliano-dalmata di Roma, nata e discendente in gran parte dall' esodo dall' Istria, da Fiume e dalla Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa e della violenta ritorsione slava nei confronti degli italiani. Anzitutto i crimini delle foibe non sono accaduti in territorio croato, bensì in territorio allora italiano e oggi, a seconda dei casi, sloveno, croato o italiano. Ma soprattutto quei crimini non sono imputabili «ai croati», in quanto nelle formazioni titoiste e fra le persone che li hanno commessi c' erano sloveni, croati, serbi e altri ancora, così come le loro vittime non erano solo italiani, bensì, per motivi ideologici, pure sloveni, croati e altri slavi di diverso colore politico. Peraltro in alcune foibe istriane - ad esempio a Vines - erano finiti precedentemente, per mano degli squadristi, slavi di quei territori. Se, riferendosi a quell' epoca, si vuol parlare della Croazia quale Stato, ci si dovrebbe riferire allo Stato croato fascista ustascia, sul cui trono c' era (pur non essendovisi mai seduto, in quanto non ritenne mai di mettere piede in quel Paese) un nostro Savoia, il duca di Spoleto e poi d' Aosta, col nome di Tomislavo II. Ma dobbiamo esigere che Mesic o Sanader se ne scusino? A parte queste sviste, da correggere bonariamente con una matita rossa professorale come ai bei tempi della vera scuola, sorge una domanda più generale. Quando o fino a quando è giusto o necessario scusarsi per colpe commesse da altri, ma in qualche modo intessute in quella propria identità che è il proprio Paese, con tutta la sua storia di glorie e di infamie? Perché l' Italia sia degna di far parte dell' Unione Europea, Berlusconi dovrebbe forse chiedere perdono per le violenze nazionaliste (serpeggianti già prima del fascismo) perpetrate in Italia contro gli slavi, ad esempio per il feroce Lager italiano di Arbe? Obama, quando il prossimo gennaio sarà presidente degli Stati Uniti, dovrebbe chiedere scusa per la schiavitù dei neri d' America? Ritengo che non ne avrebbe l' obbligo nemmeno se fosse meno abbronzato, per citare la battuta del nostro presidente del Consiglio, il quale ha molte qualità ma non il dono di essere spiritoso. La Shoah è un orrore insuperato ed è stato detto che il fuoco acceso dai tedeschi è ricaduto sulle loro teste, ma ciò non impedisce alla Germania ora guidata da Angela Merkel (fra l' altro oggi forse il miglior presidente del Consiglio in Europa) di far parte con piena dignità dell' Unione Europea. Il problema è complesso, perché non siamo responsabili delle colpe commesse, magari in altre epoche, da nostri connazionali e governanti, ma non siamo nemmeno estranei ad esse. Nello splendido discorso col quale motivava il suo voto contro il trattato di pace - contro il quale votò pure un grande antifascista quale Leo Valiani, avverso all' iniquità di quel trattato che mutilava l' Italia delle sue terre orientali - Croce afferma che nessuno può estraniarsi, né nel bene né nel male, dalla propria patria. Essere e sentirsi italiani significa essere costituiti da una storia che confluisce in noi e che comprende Dante e Cavour come le leggi razziali, l' eroismo degli alpini in Russia come le barbare e indiscriminate rappresaglie in Abissinia, di cui ad esempio io sono innocente ma che certo mi riguardano più di quanto riguardino un francese o un vietnamita, che a loro volta hanno i valori universali creati dalle loro civiltà e i loro scheletri nell' armadio. Assumere su di sé questo retaggio e averne consapevolezza non significa né insuperbire per il canto di Paolo e Francesca - come se l' avessimo scritto personalmente noi o come se esso ci autorizzasse a considerarci più bravi del nostro vicino - né battersi il petto, come se fossimo stati personalmente noi ad assassinare un abissino inerme o come se gli altri popoli non conoscessero analoghe viltà ed efferatezze. Questa crociana assunzione di un' eredità spirituale è una consapevolezza morale che libera dai complessi di colpa come da quelli di superiorità o di vendetta. Essa è l' opposto di ogni aggressivo nazionalismo, perché è la coscienza dell' universale intrico di grandezza e miseria di cui è fatta ogni realtà umana (individuale, collettiva, nazionale, politica), ed è l' opposto di ogni insicurezza continuamente smaniosa di giustificarsi. Non è un caso che le cifre delle vittime - di quelle assassinate nelle foibe come pure di quelle assassinate dalle camicie nere in Dalmazia come di quelle di tanti altri massacri - vengano spesso gonfiate ed esagerate quasi con compiacimento, per l' acre soddisfazione di poter dire al nemico (o, ancor peggio al pronipote del nemico) che lui è un po' più assassino di noi, che noi gli abbiamo ucciso due fratelli, ma lui, per nostra fortuna, ce ne ha uccisi tre. Se ci sono autori di gravi crimini in libertà, vanno puniti senza riguardo nemmeno alla loro veneranda età, perché la canizie non è un salvacondotto, e le ideologie che hanno fomentato quei crimini vanno combattute senza tregua, ma non si può presentare eternamente il conto delle offese patite ai discendenti di chi le ha inferte, e questo vale per tutti. Solo quando ci si è gettato dietro alle spalle il dolore subito, senza dimenticarlo ma senza permettere che esso soffochi la mente e avveleni il cuore - dice Rebecca nel Rosmersholm di Ibsen - si è liberi. La schiavitù in America L' invasione dell' Etiopia Il genocidio ebraico La tragedia delle foibe
26 novembre 2008
La regione chiusa con un fax
FERRANDINA - La remota Baviera pubblica del Sud chiude con un fax. I manager delle multinazionali, in Valbasento, da mesi non vengono più. Comunicano.
Poche righe, inviate da qualche ufficio lontano, per spiegare che la crisi del mercato Usa, che il crollo delle Borse, che il calo dei fondi pensione. Che la Cina e che l´India, eccetera. Pochi minuti, insomma, per abbassare i basculanti e appiccicare sul cancello l´avviso agli operai: "Da oggi a casa". Il cuore della nuova recessione italiana, che silenziosamente respinge il Meridione nella povertà del dopoguerra, è sepolto in Basilicata, da qualche parte, tra Ferrandina e Pisticci.
Il "polo della chimica", voluto da Mattei e liquidato da Fanfani, è un deserto di capannoni pericolanti. Sconfinati parcheggi vuoti. Piazzali invasi da erbe seccate. Campi da tennis coperti da muschi e con la rete sfasciata tra i gelsi. Ciminiere spente. I vetri rotti rivelano stabilimenti fermi. Pochi custodi del nulla, abbandonati qui come cani, rossi e rabbiosi per il dolore e per la nostalgia dei loro olivi soffocati, minacciano chiunque si avvicini. Sulle colline di terra smossa sono appoggiati, quasi fossero concime, sacchi bianchi di amianto. Tra le fabbriche, riconvertite nel tempo alla meccanica, o a qualsiasi lavorazione avvelenata, si nascondono le case incompiute per i dirigenti mai trasferiti. Le occupano famiglie operaie, cassintegrati decennali, neo disoccupati, giovani sposi precari. Si vergognano di vivere su al paese antico. Con "ottocento euri" al mese abitano le stanze di un fallimento, giù nel villaggio nuovo. Sotto le finestre, rivoli aromatici di trielina confluiscono nel letto prosciugato del Basento. I maschi, troppo vecchi per rifare la valigia, sperano che sotto il cimitero dell´industria assistita si celi la necropoli di una bonifica eterna. Si consegnano all´inquinamento, condanna e salvezza estreme, ostili ai comitati che dopo anni denunciano la morte di centinaia di colleghi intossicati.
Tagliati, in pochi mesi, altri 1300 posti di lavoro. Nessuno si incatena ai macchinari, come un tempo, occupa strade dove non passa che qualche trattore, o fa lo sciopero della fame. Contro chi, se un padrone ignoto si fa chiamare globalizzazione? Michele Sirago, appena licenziato, mostra un passo di Carlo Levi, confinato da Mussolini pochi calanchi più in là: «Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria».
L´indicazione però, mezzo secolo dopo, è chiara. L´industria politica fondata sullo Stato, o aggrappata ai favori di Colombo, crolla. La delocalizzazione straniera in Italia, chiude. La linea dell´economia e della ricerca abbandona i meridioni e si concentra nei nord dell´Occidente. Il lavoro operaio si trasferisce negli Orienti dell´Europa e dell´Asia. La Basilicata, simbolo della parodia clientelare dello sviluppo affidato a catastrofi e ricostruzioni, precipita nel vuoto della rinuncia alla propria vocazione.
«Ci vorrebbe un terremoto ogni dieci anni - dice lo storico Raffaele Giuralongo - perché il Sud ormai produce solo il cemento delle opere pubbliche. La recessione, qui, è una sentenza senza appello: essere l´impresentabile e irraggiungibile retrovia tossica della riconversione verde del Nord». Non se ne parla, nell´ottimista tivù padanizzata. Ma nel Paese che inizia a fare i conti con la spietatezza dei propri errori, c´è una terra dispersa già in caduta libera.
La Basilicata, venduta come modello della modernizzazione meridionale, è la regione italiana dove negli ultimi due anni ha chiuso il maggior numero di imprese. Detiene, in percentuale, il record dei posti di lavoro perduti. Segna l´esodo più massiccio di emigrati negli ultimi tre anni e il più drammatico crollo demografico del Sud. È l´unica regione dove sono negativi sia il saldo naturale sia quello migratorio. In pochi mesi hanno perduto il lavoro oltre 7 mila persone, strappando al Piemonte il primato dei giorni in cassa integrazione. In tre anni si è passati da un crescita del 3% ad un recessione dell´1%. In nessun luogo l´indebitamento delle famiglie è esploso del 50%. Le imprese in crisi, da gennaio, sono 152, seimila i lavoratori in mobilità, ottomila i posti a rischio entro la primavera.
La Fiat di Melfi, campione europeo di produttività, ventila per il prossimo anno sei mesi di stop: novemila, con l´indotto, gli operai che intravedono lo spettro dell´impossibilità di pagare il mutuo. Eppure, questa, è la regione più industrializzata del Meridione, quella che ospita lo stabilimento automobilistico più importante, quella dove lo Stato ha effettuato il più grande investimento degli ultimi trent´anni.
Naviga sul giacimento petrolifero di terra più ricco d´Europa, vanta il bacino idrico più generoso del continente, la diga più imponente. Sette distretti industriali, grazie al sisma del 1980, ospitano i gioielli dell´imprenditoria nazionale e straniera. Un tesoro di carburante, gas, acqua e motori, sfumato tra le mani di seicentomila abitanti rimasti poveri. «La Basilicata - dice il sociologo Davide Bubbico - ospita solo filiali, terminal produttivi, catene di montaggio. Come il resto del Sud, non ha generato imprenditoria, un progetto economico interno. Si fabbricano voti per la politica, non beni per il mercato. Non ci sono teste. Per questo la somma esplosiva delle crisi spazza via le aziende con una velocità impressionante. Resta una massa di ricattabili depressi: vittime di un sistema incompatibile con il mondo ridisegnato dal tramonto di un´epoca».
In nessun altro luogo, come in questo follemente sacrificato territorio contadino, si avverte oggi il senso di abbandono disperato che rioccupa le periferie del Paese. I quotidiani locali aprono ogni giorno con il bollettino dei fallimenti e dei processi contro i truffatori di contributi. Da quattro mesi, per un viadotto pericolante, l´autostrada è interrotta prima di Potenza. L´interporto, dopo vent´anni di progetti, non si farà. Tramontato, dopo cinquant´anni di dibattiti, anche l´aeroporto. Trenitalia ha appena annunciato i tagli dei principali collegamento ferroviari.
In molti paesi, nonostante la distribuzione pubblica di computer, non arrivano Adsl, segnale telefonico, metano. I negozi, il pomeriggio, aprono dopo le 17. Le case non si vendono più e nel capoluogo è scoppiata la "guerra del pane" contro i gruppi di acquisto popolare che lo distribuiscono per un euro al chilo. «Se non fosse per oleodotti, acquedotti e vagoni di rifiuti - dice l´economista Nino D´Agostino - saremmo già isolati. Ci stiamo trasformando in una discarica-serbatoio, popolata da cassintegrati, vecchi, badanti rumene ed emigranti».
Il "distretto del salotto", fuori Matera, è lo specchio dell´ignorato choc dell´economia meridionale. Tre aziende di divani imbottiti, fino a tre anni fa, offrivano lavoro a 14 mila persone ed esportavano in tutto il mondo. Una è fallita, due oscillano tra contributi, ammortizzatori sociali e delocalizzazioni. Restano 3 mila occupati, a casa per settimane. Stabilimenti e magazzini sono sbarrati. «All´inizio - dice Corrado Asquino, ex dipendente di un´agenzia interinale - lottavamo con il sindacato per avere subito la liquidazione, invece della cassa integrazione. Uscivi dalla fabbrica e ti assumeva il laboratorio a fianco. In sei mesi sono spariti tutti». L´abisso della smobilitazione affiora però nella zona industriale di Potenza. A Tito Scalo, da settembre, hanno chiuso le multinazionali più importanti. Tre nelle ultime quattro settimane. Americani e tedeschi se ne vanno: riportano il lavoro in patria, o nei Paesi dove la mano d´opera costa meno e i sindacati non esistono. Centinaia di famiglie non arrivano più nemmeno alla seconda settimana. Le donne, fuori dai supermercati, vengono fermate con la bistecca sfilata dal vassoio e nascosta nel fazzoletto dentro la borsetta. Rimane il veleno nei terreni, su cui tornano greggi a pascolare, il business miserabile delle bonifiche a pagamento. Il Comune ha vietato l´uso dell´acqua per dissetare bestie e campi. Sul cancello di un´industria abbandonata, un cartello dice "se il destino è contro di noi, peggio per lui". Anche nella "Sinoro", metafora della rapace industrializzazione lucana, rimangono solo i custodi asserragliati. È il più grande stabilimento cinese in Italia. Doveva trasformare l´oro in gioielli. Vent´anni di vita, venti milioni di euro pubblici scomparsi, tre fallimenti, tre nomi cambiati. Mai prodotto un orecchino, solo due corsi di formazione finanziati con 400 mila euro. Sei giorni fa, la grottesca richiesta italiana di risarcimento alla Cina. «Dobbiamo riconoscere - dice Antonio Mario Tamburro, rettore dell´Università della Basilicata - che abbiamo sbagliato tutto. Non è un caso se questa regione e il Meridione si risolvono in un elenco di occasioni perdute. La recessione mondiale travolge prima i territori più fragili, dove l´economia è una finzione. Invece di lamentarci dobbiamo riconoscere che il drenaggio del denaro pubblico non funziona più. E che la società del Sud implode per cinque ragioni: classe dirigente impreparata, industria nata vecchia, prodotti privi di innovazione, infrastrutture inesistenti, vocazione territoriale tradita». Le conseguenze, con la frenata occidentale, sono drammatiche. Nove giovani laureati su dieci lasciano la Basilicata entro sei mesi. Quattro maschi attivi su dieci, negli ultimi tre anni, sono emigrati. Otto immigrati extracomunitari su dieci, spina dorsale di ciò che resta dell´agricoltura, cambiano regione entro un anno. Una fuga senza precedenti, da una terra meravigliosa che si svuota nella distrazione assoluta del Paese. Nel Novecento se ne andavano poveri e analfabeti. Nel Duemila partono ricchi e laureati. Gli emigrati però, per la prima volta, trovano negli immigrati concorrenti più convenienti di loro. Il fallimento si nasconde lontano dalla culla. La stessa corsa all´energia, in Val d´Agri, tradisce più il profilo di uno scippo, che l´opportunità di un riscatto. Tra Viggiano e Sant´Arcangelo scorre l´80% del petrolio italiano, oltre il 10% del fabbisogno nazionale. Le compagnie pagano localmente le royalties più basse del pianeta: 7%, contro il 50% di Paesi arabi e America del Sud. Poche centinaia i posti di lavoro, legati alla manutenzione delle condotte verso Taranto. Quantità di combustibile estratto e tassi di inquinamento sono affidati al monitoraggio degli stessi produttori. Regione e Comuni impiegano i proventi delle trivellazioni per tappare buchi e comperare consenso. La cassaforte delle risorse naturali italiane, che i paesani chiamano amaramente "Lucania saudita", consumata per riprodurre il sistema del ricatto ai miserabili. «Milioni di euro - dice l´economista Pietro Simonetti - per sagre, lampioni, convegni e centri per il recupero dell´arpa. Potremmo finanziare lo sviluppo, tagliare i costi locali dell´energia, abbattere i tassi dei mutui, riconvertire le imprese, rifondare un modello economico capace di unire il Meridione attorno alle sue risorse secolari. La politica non ha ancora compreso la dimensione della crisi reale che ci investe: salva l´Alitalia, si rianima sulla Rai, e non vede che il Sud è sull´orlo di una rabbiosa mobilitazione di massa». Anche Melfi, epicentro industriale tra Bari e Napoli, per la prima volta trema. Dieci settimane di cassa integrazione, nella Sata - Fiat di Lavello, tra luglio e Natale. I parcheggi riservati ai 5480 operai sono vuoti. Deserti i capannoni delle venti aziende dell´indotto. I piazzali interni traboccano di auto da consegnare. I dipendenti, anche questa settimana, raccolgono olive e castagne, o pigiano l´uva. Nel bar del distributore di benzina si cerca di capire perché, se oggi fallisce una banca a New York, domani saltano gli stipendi a Venosa. «Eravamo i giapponesi d´Europa - dice Libera Russo, impiegata - un esempio di qualità. Ma se fatica il Nord, alle prese con i tagli europei, difficile che qualcuno salvi questo Sud». Un annunciato effetto a catena. Le imprese lucane, aperte per consumare i fondi pubblici, impiegano solo braccia. Sono qui perché anno ricevuto soldi, terra, uomini, sicurezza e assenza di diritti. La responsabilità, pur promessa, non è mai arrivata, come la ricerca e il portafoglio. «Il lavoro - dice Antonio Pepe, segretario regionale della Cgil - non si è trasformato in economia, l´industria non è diventata progetto. Per questo, ora che alla politica mancano i soldi per l´assistenza, l´occupazione si estingue». La gente si era illusa di aver compiuto il salto nel consumo. A garantirlo, marchi come Fiat, Barilla, Ferrero, Parmalat, Coca Cola, Panasonic, Natuzzi, Eni, Total, Shell, più le multinazionali della chimica e della meccanica mondiale. Un caso unico, a sud di Bologna. Invece, all´improvviso, il crollo secco che ridona al "Texas italiano" la sua identità di mediterraneo Meridione. «Il rischio - dice il vescovo di Potenza Agostino Superbo in un´assemblea di operai licenziati - è che una generazione senta perduta anche la propria dignità». Un appello estremo, subito ottimizzato in locale rissosità di partito. «Intanto - dice Anna Maria Dubla, presidente di "Ambiente e legalità" - i russi sono pronti a stoccare il gas nei pozzi esauriti della Valbasento e il governo federalista sfila alla Regione anche la competenza sulle concessioni petrolifere. La Basilicata, presa per fame, non può più dire di no. Confonde il futuro, vende anche l´ultima terra, chiude le fabbriche e si prepara ad essere discarica e ciminiera. Solo i disperati possono morire silenziosamente tra i rifiuti, o intossicati: il destino del Sud, che il Paese prontamente riconsegna, svuotato, a se stesso». Pochi, si salvano. Qualche grande contadino, un pugno di magnifici artigiani, alcuni ineguagliabili pastori, non più di dieci vignaioli d´eccezione, un gruppo di ragazzi e di donne, come la scrittrice Mariolina Venezia, che si ostinano a credere nella cultura e nella natura. Fedele Agata, a 70 anni, a Ferrandina sta costruendo una sella di cuoio "per non perdere una capacità". Il figlio spreme la "maiatica nera" nell´oleificio stretto tra le fabbriche fallite. Rino Botte, rientrato a Barile dopo una vita di gloria a Cremona, è ridisceso nelle cantine dell´Aglianico. Non c´è altro, oltre la "retorica dell´impossibile", di mondiale. Botte invece fa, e se ci pensa si commuove, fino a piangere in pubblico. Pochi esempi, pigri ed eterni, soli. E nessuno che accetti di ascoltare la drammatica lezione dei maestri semplici.
Giampaolo Visetti - la Repubblica
la repubblica
basilicata
visetti
| inviato da michelemas il 26/11/2008 alle 17:30 | |
18 novembre 2008
La verità democratica dei due relativismi
Ammettere opinioni diverse non significa negare valori comuni
Durante un grande convegno sulla Verità, organizzato recentemente a Lugano dalla Fondazione Balzan, un filosofo inglese, Simon Blackburn, ha raccontata la storia (vera) di un seminario che si tenne qualche tempo fa in una università britannica fra rappresentanti delle maggiori religioni mondiali. Il primo a prendere la parola fu il buddista. Parlò del modo in cui è possibile controllare i desideri, avanzare sulla strada dell' illuminazione, acquisire le quattro nobili virtù. E tutti gli intervenuti, in coro, gli dissero entusiasticamente: «Splendido! Se va bene per te è meraviglioso». Dopo di lui un indu parlò degli insegnamenti di Krishna, descrisse i cicli della sofferenza, della nascita e della rinascita; e tutti, in coro, dissero: «Splendido! Se va bene per te è meraviglioso». Il seminario continuò così sino all' intervento di un cattolico che parlò della caduta di Adamo, del messaggio di Cristo, della salvezza promessa, della vita eterna; e tutti ancora una volta dissero: «Splendido! Se va bene per te è meraviglioso». Ma il cattolico, infuriato, batté un pugno sul tavolo e gridò: «No! Non è sufficiente che vada bene per me. Questa è la parola del Dio vivente. Se non credete in essa sarete dannati in eterno». E i suoi colleghi, in coro: «Splendido! Se va bene per te è magnifico». Non credo che Benedetto XVI avrebbe battuto un pugno sul tavolo e alzato collericamente la voce. Ma la storiella di Blackburn ha il merito di evocare efficacemente la battaglia del successore di Giovanni Paolo II contro il relativismo etico e culturale. È una vecchia battaglia, naturalmente. Ma ha acquistato una nuova dimensione sotto l' impatto di due fenomeni che stanno mutando i caratteri delle società occidentali. Il primo è la presenza, sempre più numerosa, di immigrati che hanno un' altra fede, altri principi morali, altre tradizioni liturgiche, un altro concetto dello Stato e delle sue prerogative. Il secondo è lo straordinario progresso di scienze e tecniche che permettono agli uomini e alle donne di modificare a loro piacimento alcune fra le più antiche e consolidate funzioni naturali: la procreazione, la gravidanza, la nascita, la morte. Sino a quando la grande maggioranza dei cittadini di uno Stato aveva in queste materie opinioni non troppo diverse da quelle della Chiesa dominante, i governi e i parlamenti potevano limitarsi a tener conto delle minoranze, di tanto in tanto, con qualche modesta concessione legislativa. Oggi, in un contesto quantitativamente diverso, gli Stati sono costretti a prendere partito. Debbono considerare il relativismo una minaccia per la coesione sociale, come sembra dedursi dal discorso con cui Gianfranco Fini si è insediato alla presidenza della Camera dei deputati? O debbono essere anch' essi «relativisti»? Simon Blackburn ha risolto il problema sostenendo con una battuta che il relativismo è lo «scetticismo dei democratici». È giusto, ma temo che una battuta non aiuti i governi europei a risolvere il problema. Qualche utile indicazione invece è emersa dalla mia conversazione con una studiosa francese che ha presentato al convegno una relazione sul senso e i limiti del relativismo culturale. Come il padre (Raymond Aron), Dominique Schnapper ha una formazione sociologica, ha insegnato sociologia all' Ecole pratique des hautes études en sciences sociales e ha ricevuto il premio Balzan per la sociologia nel 2002. Ma è anche membro del Conseil Constitutionnel, equivalente francese (con qualche competenza in meno) della nostra Corte costituzionale, e ha più volte trattato in questi ultimi anni il problema dell' immigrazione. Nel suo intervento a Lugano e in un articolo scritto recentemente per Commentaire (la rivista fondata dal padre 30 anni fa), la Schnapper ricorda anzitutto che la democrazia, secondo Montesquieu, deve guardarsi da due pericoli: lo spirito d' ineguaglianza e lo spirito dell' «estrema eguaglianza». Il secondo non è meno grave del primo. Nella società dell' estrema eguaglianza ogni cittadino si ritiene autorizzato ad esercitare tutti i poteri di coloro che egli ha scelto per il governo del Paese. Nessuno conosce gerarchie, regole, principi e valori superiori. Tutti vogliono essere legislatori, giudici, esecutori. Il risultato è una società anarchica, ingovernabile, soggetta a continue reciproche prevaricazioni dove non esiste più libertà di quanta ne esista in un regime tirannico. Lo Stato deve assicurare la pacifica convivenza dei suoi cittadini e permettere a ciascuno di essi di esprimere liberamente le proprie convinzioni. Ma non può correre i rischi dell' «estrema eguaglianza» perché verrebbe travolto dall' anarchia. Deve essere relativista, ma deve pur sempre affermare che vi sono principi e valori a cui tutti debbono piegarsi. Questi principi, negli Stati democratici dell' Occidente, sono generalmente le costituzioni o, come nel caso della Gran Bretagna, un lungo sedimento di tradizioni politiche e istituzionali. Ma non tutti i problemi creati dal mutamento dell' ambiente sociale e dai progressi della scienza possono essere risolti con l' invocazione di un principio costituzionale. Vi sono nodi imprevisti che occorre sciogliere pragmaticamente. Dominique Schnapper mi ricorda che quando sorse in Francia il problema del velo islamico nelle scuole, una speciale commissione e il Parlamento lo affrontarono con una legge che fece delle aule scolastiche uno spazio neutrale, da cui ogni simbolo religioso venne egualmente bandito. Ma la soluzione della commissione Stasi non è necessariamente una formula esportabile ovunque. Ogni Paese deve trovare le proprie formule e fissare la frontiera che divide la libertà delle opinioni da quel nucleo di valori comuni a cui tutti debbono rendere omaggio. Esistono quindi, secondo Dominique Schnapper, due relativismi. Il primo è quello assoluto in cui tutti vogliono avere tutto e ogni gruppo comunitario si ritiene autorizzato a perseguire prepotentemente i propri obiettivi. Il secondo è quello relativo in cui le differenze convivono all' interno di una grande cornice comune. Le buone democrazie, anche se al di là del Tevere sembrano qualche volta dimenticarlo, sono tutte «relativiste relative». * * * La studiosa Figlia di Raymond Aron e teorica dell' immigrazione Nata nel 1934, Dominique Schnapper è figlia di Raymond Aron, uno dei più grandi intellettuali francesi del Novecento. Studiosa di sociologia, è membro del Conseil Constitutionnel dal 2001 e si è occupata in particolare dell' integrazione degli immigrati. In Italia sono usciti i suoi libri Sociologia dell' Italia (Franco Angeli, 1976) e La democrazia provvidenziale (Vita e Pensiero, 2004)
relativismo
sergio romano
| inviato da michelemas il 18/11/2008 alle 17:12 | |
17 novembre 2008
L' ECCENTRICO SALVEMINI IRREGOLARE DELLA POLITICA
risponde Sergio Romano
Mi sembra di ricordare che Salvemini, ancora negli anni Cinquanta, dalle colonne del Mondo di Pannunzio, proponesse al Partito repubblicano e a quello liberale di unificarsi. La proposta fu respinta da La Malfa, che preferì ricordare che il Pri era «un piccolo partito di massa». D' accordo, nell' attuale realtà politica non esiste traccia di quel disegno divenuto pertanto anacronistico, ma a livello di conoscenza storica non può essere interessante riparlarne, soprattutto ricordando che Gaetano Salvemini, «erede delle lezioni di Carlo Cattaneo», fu forse il più lucido dei liberal democratici uscito dalle rovine del regime fascista? Fu storico di fama e politologo credibile, uomo coltissimo alla cui cultura aggiungeva una lunga esperienza di vita politica attiva, prima in Italia e poi negli Stati Uniti: non c' era problema sociale che lui non conoscesse in profondità, proponendo sempre soluzioni «laiche». Gianni Celletti giovanni.celletti@in.it Caro Celletti, N on ricordo l' articolo a cui lei allude e non ho sotto mano la collezione del Mondo, ma la proposta avanzata da Salvemini non mi sorprende. L' idea di una fusione tra repubblicani, liberali e socialdemocratici per tenere testa all' egemonia culturale del partito comunista e alla crescente influenza dei cattolici nella vita politica, riflette le sue convinzioni soprattutto negli anni in cui i due grandi partiti di massa stavano progressivamente restringendo gli spazi dell' Italia liberal-democratica. Gaetano Salvemini fu sempre un imprevedibile «irregolare» della politica e della cultura italiane. Il suo marxismo e la sua adesione al partito socialista nel 1893 non gli impedirono di seguire con interesse le lezioni di un filosofo del realismo politico, Gaetano Mosca, e di studiare con passione il federalismo di Carlo Cattaneo. Aderì al gruppo della Voce, la rivista diretta da Giuseppe Prezzolini, e lo abbandonò nel 1911 quando sostenne, contrariamente ai suoi amici, che la conquista della Libia («uno scatolone di sabbia») era un errore. Ma si staccò contemporaneamente dal socialismo e fondò una rivista, L' Unità, a cui collaborarono molti liberali progressisti. Si presentò alle elezioni del 1913 in un collegio meridionale, fu sconfitto dalla macchina elettorale dei notabili locali e scrisse un tagliente libello contro Giovanni Giolitti («Il ministro della malavita»). Ma dette dell' era giolittiana, più tardi, un giudizio equilibrato e intelligente. Fu interventista nel 1915, ma contrario al revanscismo nazionalista del primo dopoguerra. Fu parlamentare nel 1919 e condivise, nonostante le divergenze degli anni precedenti, le grandi linee della politica estera di Giolitti. Combatté il fascismo, soprattutto dopo il delitto Matteotti, fu arrestato, processato, privato della cittadinanza italiana, esule prima in Francia, poi negli Stati Uniti. Ma nei gruppi degli esuli antifascisti non esitò mai ad assumere posizioni «stonate» e non conformiste. Anche negli anni in cui il partito comunista pretendeva di esercitare il monopolio dell' antifascismo, Salvemini riuscì a essere contemporaneamente antifascista e anticomunista. La sua posizione, quando fu uno dei principali collaboratori del Mondo di Mario Pannunzio, è riassunta bene in un libro recente di Massimo Teodori («Storia dei laici nell' Italia clericale e comunista», edito da Marsilio) di cui ho segnalato la pubblicazione in una risposta dedicata a Ignazio Silone. Nelle vivaci discussioni del 1952 su socialisti e liberali, Salvemini sostenne che vi erano in Italia, «isolati gli uni dagli altri, molti uomini e donne di alto valore morale e intellettuale, ma "disgustati" dalle manovre dei politicanti, anche liberali, repubblicani e socialdemocratici». Per uscire dall' inerzia occorreva una «terza via» indipendente da democristiani e comunisti. Constatò con amarezza che i partiti liberali, democratici, socialdemocratici, riformisti e repubblicani avevano progressivamente dissipato il loro credito e dette un' ulteriore prova del suo nonconformismo in occasione delle elezioni del 1953. Mentre molti intellettuali gridavano allo scandalo contro la «legge truffa» (il premio di maggioranza per i partiti apparentati a cui gli elettori avessero dato più del 50% dei voti), Salvemini sostenne la proposta di De Gasperi e la necessità di un' alleanza con la Dc sulla base di garanzie programmatiche. «Nacque allora, scrive Teodori, l' espressione "stringiti fortemente il naso", (...) coniata da Salvemini per il voto a favore di Pri, Pli e Psdi» e più tardi usata, in altre circostanze, da Montanelli.
salvemini
sergio romano
laici
liberali
| inviato da michelemas il 17/11/2008 alle 17:36 | |
16 novembre 2008
Obama e la cupola del PD, le biografie parallele
Non si dovrebbe mai dire “l’avevamo detto”. Ma in questo caso l’avevamo proprio detto. Con una sola inesattezza. Veltroni non ha convocato una conferenza stampa ma un più classico comizio di piazza per prendersi anche lui un po’ della vittoria di Obama. C’è da capirlo. Come ha spiegato nell’intervista a Repubblica di ieri: “Obama è uno di noi. Il leader di un grande movimento politico e civile che è il pensiero democratico”. Aggiungendo poi che “la mia formazione è dentro l’esperienza democratica e il suo sistema di valori”.
Ci si potrebbe anche fermare qui. Ricordando che la formazione di Veltroni non è esattamente “dentro l’esperienza democratica e il suo sistema di valori”. Oppure che la corsa veltroniana al copyright obamiano ricorda quella altrettanto confusa che qualche anno fa lo vide travestirsi da Tony Blair, “forse perché io e lui abbiamo fatto le stesse letture” (quali fossero di preciso quelle letture, poi, è rimasto per sempre un mistero). Ma fin qui sarebbe il solito, inutile esercizio di retorica antiveltroniana.
Dinanzi alla novità di questi giorni vale invece la pena allargare lo sguardo. Lasciando il “pensiero democratico” ai filosofi della politica e concentrandosi sul nostro e più concreto PD. Perché al momento quel partito – per come è nato, per come è diretto da questo specifico gruppo dirigente e per come si manifesta agli elettori italiani – non è in grado di assorbire alcunché dalla novità che la storia straordinaria di Obama ci segnala. Quella storia racconta che la politica occidentale è ancora mossa da forze carismatiche, capaci di dare consistenza alle idee di volta in volta più convincenti. Sulla carta, i Democratici avevano in mano da tempo le idee e gli strumenti per battere i Repubblicani. Ma con Barack hanno trovato la vera arma letale, in grado di neutralizzare la carta McCain e di trascinare alle urne milioni di cittadini che sarebbero probabilmente rimasti a casa. Quell’arma non è solo la retorica di Obama, né solo il colore della sua pelle. Quell’arma si chiama credibilità personale. La credibilità che nasce da una narrazione biografica fatta di coerenza e coraggio. E la forza evocativa di chi ha sfidato il proprio destino prima ancora di sfidare il clan dei Clinton.
Vogliamo davvero infliggerci un esercizio di comparazione tra il percorso di Obama e quello dell’attuale leadership del PD? D’accordo, proviamoci. Per esempio ricordando che nell’anno 2000 – quando Obama non riusciva neanche ad entrare alla convention democratica – Veltroni era già il segretario dei DS e si apprestava a guidare il “correntone”; D’Alema era già stato segretario dei DS e presidente del consiglio; Marini era già stato segretario dei Popolari; Rutelli si apprestava ad essere sconfitto alle elezioni del 2001. E via di questo passo. Ognuno dei personaggi che oggi ci chiedono di essere identificati come l’incarnazione collettiva dell’obamismo italiano ha già avuto la sua possibilità e l'ha persa. Il che è perfettamente legittimo, ma svuota di credibilità qualsiasi pretesa di incarnare l’innovazione rimanendo uguali a sé stessi e senza mai rischiare niente in proprio.
Questo è quanto è successo finora al PD di Veltroni, D’Alema, Marini etc. Un partito nato come misura di autoconservazione oligarchica e percepito dagli elettori (ce lo spiega il rapporto Itanes 2008) come il residuo di un passato che non vuole passare. Un segretario che non solo non ha tratto alcuna conseguenza personale dalla sconfitta elettorale, ma che ha già annunciato di non volerne trarre neanche in futuro. E un gruppo dirigente nel quale la qualità condivisa è la capacità di vegliare su una leadership consumata, nell’attesa di dividersene le spoglie al momento opportuno senza alcuna intenzione di innescare già oggi quella competizione di idee e personalità che rappresenterebbe l’unica e vera salvezza del partito.
Non si dovrebbe mai citare il direttore del proprio giornale, ma in questo caso è proprio vero quanto ha scritto domenica scorsa Antonio Polito: gli effetti della rivoluzione obamiana arriveranno dalle nostre parti solo con il successore di Veltroni, chiunque sia colui che vorrà provare a mostrarsi finalmente credibile attraverso i metodi della politica. E dunque con gli strumenti del coraggio, del rischio e del carisma.
Andrea Romano sul Riformista
andrea romano
obama
pd
| inviato da michelemas il 16/11/2008 alle 18:1 | |
15 novembre 2008
Ecco a voi l'Obama italiano
Non è difficile costruire l'Obama italiano. Basta ricordarsi di come hanno fatto negli Stati Uniti per trovare l'Obama vero. E attenersi ad alcune regole. Prima di tutto, bisogna mettere l'occhio su un uomo e non su una donna. L'Italia resta un paese maschilista, meglio non rischiare.
L'uomo sul quale puntare per la corsa a palazzo Chigi deve essere giovane, ma non troppo. Un tipo fra i quaranta e i cinquanta, in grado di sposare l'energia all'esperienza. Statura alta, basta con i tacchi. Asciutto o meglio ancora magro, indice di buona salute. Eleganza sobria, abito scuro, camicia bianca, cravatta neutra. Mai scamiciato, tranne quando fa jogging. Senza accento regionale. Dotato di moglie bella, ma non vistosa. E di due figli piccoli, purchè non petulanti. La condizione sociale è stata in partenza modesta, da classe media impiegatizia. Poi si è elevata grazie a un corso universitario brillante. Laurea in giurisprudenza, ottima per districarsi nella giungla legislativa italica. Avvocato con studio affermato.
Cattolico praticante, però senza eccessi. Avrà accanto a sé, ma defilato, un amico prete, cordiale e sorridente. Niente integralismi. Eterosessuale, però generoso con i gay. E in grado di mostrare con orgoglio una cartella fiscale da contribuente fedele. È quasi banale avvertire che anche l’Obama italiano ha da essere telegenico. In tivù dà risposte brevi, mai scontate né troppo geniali, usa parole semplici che tutti possano capire. Rivela decisione, tuttavia non è mai aggressivo. Ha un bel sorriso da uomo sereno. Non sfotte l’avversario. E non sbrocca raccontando barzellette. Dovrà dimostrarsi un ottimo parlatore, non retorico, eppure capace di scaldare le folle. È opportuno che studi i discorsi di Obama e come sono stati pronunciati. Anche nel Duemila l’oratoria non è un ferro vecchio da buttare. Sarà bello dire dell’Obama italico ciò che il saggista Paul Berman ha detto dell’Obama vero: «Ha una tale stoffa da trascinante oratore che, volendo, potrebbe essere un pericoloso demagogo». L’asse portante dei suoi discorsi sarà l’Italia di tutti gli italiani. Spiegherà che non esiste un'Italia del nord e una del sud. Un’Italia di sinistra e una di destra. Un’Italia di chi è nato qui e una degli immigrati. Un’Italia cattolica e una atea o agnostica. L’Obama nostrano si rivolgerà a tutti e dirà che li considera tutti amici, fratelli, alleati. Spiegherà che avrà bisogno di chiunque nella propria battaglia per rendere migliore e più prospero il Paese. Sarà sempre inclusivo e mai escludente. Ed eviterà di demonizzare qualcuno o qualcosa. I suoi spot in tivù non saranno mai negativi, contro l’avversario. Ma soltanto positivi, di chi costruisce invece che distruggere. Niente colpi sotto la cintura dei concorrenti. Nello spot di mezz’ora che ha chiuso la campagna dell’Obama americano non c’era una sola critica contro McCain. Non si mostrerà ottimista né pessimista. Il suo stile sarà da realista incoraggiante. Quello che dice: le nostre difficoltà riusciremo a superarle insieme, e io vi spiego come dobbiamo fare. Sarà di sinistra, ma non troppo. E anche un pochino di destra. Insomma un moderato che punta al progresso. Capace di rivolgersi agli anziani, senza dimenticare i giovani, e viceversa. Il suo scopo sarà di trovare un consenso bipartisan, l’unico che conduce alla vittoria. La sua cifra numero uno dovrà essere la serietà. Si mostrerà sobrio nei dibattiti, nei discorsi, nelle interviste. Essenziale, esplicito e comprensibile. All’opposto del politicante verboso, non userà la parola come fanno gli imbonitori. Le sue promesse risulteranno poche. La prima quella di far cambiare rotta alla politica. Basta con i ras, con la casta, con i serpenti sotto le foglie. Onestà, onestà, onestà. Anche l’Obama italiano avrà bisogno di volontari. Dovrà metter su un esercito di militanti, ma starà attento a evitare il caos che ne può venire. Sarà formato da giovani, capaci di sfruttare al massimo Internet e la rete. Ma guai a dimenticare gli sms, i messaggini telefonici. Sono questi ad aver spinto Obama verso la vittoria. Tutti hanno un cellulare. A cominciare dagli anziani. Obama ha mandato milioni di sms, in pratica a tutti i possibili elettori. Pure il nostro Obama dovrà essere un organizzatore meticoloso, previdente, capillare, cauto e al tempo stesso innovativo. L’arma cruciale sarà la sua squadra più stretta. Con tutte le competenze necessarie, compreso un ragazzo di 27 anni, alla Jon Favreau che ha inventato lo slogan del trionfo: “Yes we can”. A dirigere il team provvederà un gemello di Ramh Emanuel, il duro di Chicago, oggi scelto da Obama per essere il chief of staff alla Casa Bianca. Venerdì l’abbiamo visto alla tivù, durante la prima conferenza stampa. È una tigre con i capelli grigi, la magrezza del chiodo d’acciaio, lo sguardo a radar per sorvegliare l’ambiente. Ha persino strizzato l’occhio a qualcuno. Quasi a dire: tranquilli, ci sono qua io. E alla fine, anche al nostro Obama saranno necessari molti soldi. Ma se avrà una figura e un progetto credibili, non sarà difficile trovarli. Chi ha poco darà poco. Chi ha tanto darà tanto. Non tutti i Paperoni italici sono fessi. Un Paese allo sfascio come l’Italia di oggi è un pericolo per tutti. Pure per chi può arrivare non solo alla quarta settimana, ma alla quinta, alla sesta, alla settima. Ce lo vedete il nostro centro-sinistra prendere questa strada? Oggi no. Ma domani chissà. Anche per gli sfigati, la speranza è sempre l’ultima a morire.
Di Giampaolo Pansa su il Riformista
pansa
| inviato da michelemas il 15/11/2008 alle 17:6 | |
11 novembre 2008
Chi ha paura del sorteggio
di Francesco Giavazzi
Gli studenti di Trieste hanno avuto un’idea brillante. Tutto è nato sul loro blog dove uno si è chiesto perché in tante università rettori e professori partecipino alle manifestazioni contro i «tagli del governo»: «Può essere che utilizzino il nostro movimento non per il bene dell’università, ma per proteggere qualche loro interesse, magari per impedire che si modifichi il sistema con cui vengono reclutati i professori?».
E così sono andati sui siti dove vengono riportate le pubblicazioni scientifiche dei loro docenti e quanto ciascuna è citata in altri lavori. Ad esempio «Publish or perish» che usa i dati di Google Scholar ed è disponibile sul sito www.harzing.com o semplicemente i dati delle valutazioni del Civr disponibili sul sito del ministero dell’Università. Racconta Maddalena Rebecca sul Piccolo che da quel giorno si vedono pochi professori alle assemblee degli studenti triestini. Alcune «anime belle» criticano il decreto del ministro Gelmini che prevede una nuova modalità per la scelta dei commissari nei concorsi universitari: elezione di un numero pari a tre volte i commissari necessari e poi sorteggio. «In Gran Bretagna, dove l’università funziona, i dipartimenti scelgono i professori senza bisogno di un concorso ».
Lo so bene, ma lì il titolo di studio non ha valore legale e i fondi pubblici vengono assegnati alle università non a seconda del numero degli studenti iscritti, ma in funzione della qualità della ricerca: ricerca che nessuno cita, niente fondi e il dipartimento chiude. Se i critici vogliono essere coerenti dicano che sono pronti a cancellare il valore legale del titolo di studio (come ha fatto ieri sul Corriere Giovanni Sartori) e ad accettare che vengano chiusi i dipartimenti scadenti. E dicano anche che preferirebbero che i concorsi banditi venissero tutti rimandati in attesa di una riforma dell’università. In realtà temo che le critiche tradiscano la rabbia per un decreto che ha fatto saltare gli accordi con i quali i professori si erano divisi i 6.000 posti a concorso prima ancora che si svolgessero le elezioni per la scelta dei commissari.
Ne è un segno il tentativo (fortunatamente fallito) di modificare in extremis il testo del decreto per consentire ai professori associati di partecipare alle commissioni. Un vecchio trucco: gli associati devono ancora essere giudicati (per diventare ordinari) quindi sono facilmente ricattabili. E infatti a premere per estendere l’eleggibilità ai più giovani erano gli anziani non gli stessi associati. Vorrei avanzare una modesta proposta. Fra poco più di un mese in tutte le università si voterà secondo le nuove modalità, cioè per costituire un pool di candidati fra i quali poi avverrà il sorteggio. Affinché si possa votare con sufficiente informazione, le diverse discipline dovrebbero prendere esempio dagli studenti triestini e pubblicare un elenco dei professori eleggibili e della loro produttività scientifica.
Poiché esistono diversi criteri (l’impact factor e altri) si potrebbero pubblicare indici diversi. Io mi impegno a farlo per le materie economiche e statistiche e sono certo altri lo faranno per altre discipline, soprattutto quelle meno abituate a standard internazionali. Poi si vedrà, sia quali discipline non avranno ritenuto utile dare questa informazione sia quelle che, pur avendo stilato gli elenchi, voteranno per candidati non particolarmente brillanti.
Corriere della Sera 11 novembre 2008
giavazzi
università
scuola
| inviato da michelemas il 11/11/2008 alle 17:11 | |
8 novembre 2008
La democrazia americana
| inviato da michelemas il 8/11/2008 alle 16:54 | |
7 novembre 2008
La vera rivoluzione? È il ritorno al buon senso
di Gianni Riotta
Caro direttore,  «Schierandosi con chi lavora sodo, rispetta la legge, si preoccupa della famiglia e ama la patria, Reagan offriva agli americani un senso comune che i progressisti hanno perduto. E più i suoi critici diventavano petulanti, più si trasformavano in comparse nella commedia che Reagan scriveva per loro, trasformandoli in sbandati, dediti alle tasse e al deficit, ostili all'America, snob politicamente corretti».
Chi ha scritto queste righe sprezzanti? Il presidente George W. Bush? Il senatore dell'Arizona John McCain, candidato sconfitto dei repubblicani nella notte di martedì? Il guru neoconservatore Bill Kristol? Se avete indicato uno dei tre autori sbagliate: la violenta denuncia dei democratici americani è opera del quarantaquattresimo presidente eletto degli Stati Uniti, successore di Washington e Jefferson, primo afroamericano alla Casa Bianca, Barack Obama, dal suo manifesto «L'audacia della speranza».
Non è la sola sorpresa che attende chi voglia davvero analizzare il credo politico di Barack, dopo l'entusiasmo della vittoria. Obama è persuaso che i democratici abbiano vinto le presidenziali solo tre volte dal 1968 (Carter 1976 e Clinton 1992 e 1996) non vittime della superiore macchina elettorale repubblicana, ma per aver smarrito il senso comune: «I progressisti non sanno dire al ceto medio: ci battiamo per voi...la retorica dei democratici preferisce diritti e privilegi a doveri e responsabilità».
La corsa di Obama, che entusiasma il mondo, non nasce da un torto da riparare o dalla passione militante per questa o quella crociata. Parte dal raziocinante comprendere che «gli americani amano l'ordine, e hanno bisogno di non sentirsi in balia di forze senza volto, ma padroni del proprio destino, personale e collettivo, per ritrovare le virtù tradizionali, rimboccarsi le mani e faticare, patriottismo, responsabilità personale, ottimismo, fede».
Ripeto: «Le virtù tradizionali». Ecco l'identità di Barack Obama e chiunque, uomo della strada o leader mondiale, smarrisse questo principio non potrà né comprendere, né negoziare con il nuovo presidente. È «il radicalismo della rivoluzione americana», studiato dallo storico Gordon Wood, a intrecciare le virtù antiche nell'amore e nel rispetto del common man, la gente semplice. Ronald Reagan era stato un democratico e fino agli ultimi giorni della sua vita amava ripetere: «Non ho mica lasciato io il partito, è stato il partito a lasciarmi». Con un atto di generosità politica costato carissimo, nei primi anni 60 il Partito democratico siglò in legge i diritti civili propugnati dal reverendo King. Nel farlo il presidente Johnson, un formidabile animale politico, concluse: «E con questo abbiamo regalato ai repubblicani il Sud per una generazione». Verissimo: Nixon, Reagan, Bush padre e figlio vinsero anche grazie al lock, il catenaccio che il sud metteva sulle speranze democratiche.
Già Bill Clinton aveva provato a lavorare contro le élite che affollano i campus americani, sognando la prosa di Derrida e disprezzando il ceto medio americano, considerato, sulla falsariga dei filosofi alla Baudrillard, filisteo. Obama, che i campus della Ivy League li ha frequentati ed è stato il primo nero a dirigere la Law Review di Harvard, ha conosciuto il dolore dei neri ma anche il risentimento dei bianchi poveri, che così a lungo ha penalizzato i democratici. È il mondo che canta il rapper bianco Eminem, i trailer, le case roulotte, i villaggi disprezzati come white trash, spazzatura bianca che traduce l'esclusione in razzismo spicciolo, amore per le armi, un tatuaggio della vecchia bandiera Confederata sul bicipite, l'odio per i diversi.
Barack Obama ha compreso che solo parlando a tutti gli americani avrebbe potuto aprire il "catenaccio elettorale" e fugare i pregiudizi, contro le minoranze e la burocrazia democratica. C'è riuscito, provano i sondaggi, grazie alla crisi finanziaria e al crollo delle Borse, che negli Usa significa disoccupazione, sfratti, rischio pensione e crollo dei consumi familiari. Perché la crisi ha unito l'entusiasmo dei giovani idealisti per Obama, la crociata dei campus, i milioni di volontari sdegnati dall'inane amministrazione Bush il ceto medio spaventato, i ricchi che sanno guardare oltre il proprio portfolio e la working class in affanno. Nelle ultime ore, perfino tra gli elettori che nei sondaggi rispondono "no" alla domanda "credete davvero che bianchi e neri siano uguali?", Obama era in vantaggio, portando i suoi collaboratori a passarsi email scherzose “Razzisti per Obama”.
Dagli anni della guerra culturale conservatori-progressisti, da una parte i commentatori di destra alla Rush Limbaugh, dall'altra i mandarini alla Michael Moore e Noam Chomsky, furiosamente combattuta nella blogosfera tossica di internet, Obama ha capito che il segno era stato passato. Né i repubblicani sono servi dei mulini di Satana di Wall Street, né i democratici neosovietici dell'economia centrale. Accusarsi a vicenda di simili eccessi aliena l'opinione pubblica che non smette solo di credere a questo o quel partito, ma diventa cinica sull'intero processo democratico. Credendo di sconfiggere i propri avversari, si distrugge la stessa dialettica politica.
Niente più dunque opera dei pupi dove cattivi e buoni hanno sempre gli stessi tratti, ma la società complessa e confusa di oggi, dove Obama cita «l'ex Pantera Nera che è entrata nel mondo immobiliare del ghetto e teme gli spacciatori come i banchieri avari di mutui... la femminista addolorata ancora per il suo aborto, la mamma cristiana che paga l'aborto per la figlia adolescente... il bianco del Sud che ricorda il padre disprezzare "i negri" ma ora è amico del collega d'ufficio nero...», insomma la vita com'è e non come la propaganda politica la dipinge. Prima del piano economico e delle strategie per Iraq, Afghanistan e Iran è questo ritorno al buon senso la vera rivoluzione di Barack Obama.
tratto da qui
obama
riotta
| inviato da michelemas il 7/11/2008 alle 17:28 | |
6 novembre 2008
Il discorso del Presidente Obama
Buonasera Chicago! Se c’è ancora qualcuno là fuori che dubita del fatto che l’America sia il posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri sia vivo oggi, che ancora si interroga sul potere della nostra democrazia, stasera ecco la risposta. E’ la risposta che hanno dato le file davanti le scuole e le chiese, mai così lunghe nella storia di questo paese, fatte da gente che ha atteso tre ore, quattro ore, molti per la prima volta nella loro vita, perché credevano che questa volta poteva essere diverso, e che la loro voce poteva essere quella differenza. E’ la risposta data da giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili. Americani, che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati solo un insieme di individui o un insieme di stati rossi e stati blu. Noi siamo, e sempre saremo, gli Stati Uniti d’America. E’ la risposta che ha guidato tutti coloro ai quali per lungo tempo e da molti è stato detto: siate scettici, abbiate dubbio e paura, riguardo a quello potrà succedere! ...e li ha guidati a mettere le proprie mani sul cammino della storia per dirigerlo ancora una volta verso la speranza di un giorno migliore. C’è voluto molto tempo, ma stasera, grazie a quello che abbiamo fatto in questa giornata, in questa elezione, in questo specifico momento, oggi il cambiamento è in America. Poco prima, in serata, ho ricevuto una chiamata di straordinaria cortesia dal Senatore Mc. Cain. Il Sen. Mc Cain si è battuto a lungo e con tenacia in questa campagna. E ha combattuto ancora più a lungo e con tenacia per il Paese che ama. Ha sostenuto per l’America sacrifici che molti di noi non potrebbero nemmeno immaginare. Siamo grati per il servizio reso all’America da questo leader audace e coraggioso. Mi congratulo con lui. Mi congratulo con il Governatore Palin per ciò che sono riusciti a realizzare. E sono impaziente di lavorare con loro per rinnovare la promessa di questo Paese, nei mesi che verranno. Voglio ringraziare il mio compagno di viaggio, un uomo che ha fatto una campagna elettorale di cuore, che ha parlato in nome degli uomini e delle donne coi quali è cresciuto per le strade di Scranton e coi quali torna in treno a casa, in Delaware: il vice presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden. E non sarei qui stanotte se non fosse stato per il sostegno incessante del migliore amico dei miei ultimi 16 anni, pilastro della nostra famiglia, amore della mia vita, la First Lady Michelle Obama. Sasha e Malia: vi amo più di ciò che possiate immaginare; vi siete meritate il nuovo cucciolo che verrà con noi alla Casa Bianca. E anche se non è più con noi, io so che mia nonna ci sta guardando, come ci guarda la famiglia grazie alla quale io sono ciò che sono. Mi mancano, stasera, e so che il debito che ho nei loro confronti è incommensurabile! A mia sorella Maya, a mia sorella Alma, a tutti i miei fratelli e le mie sorelle: grazie per il sostegno che mi avete dato. Vi sono grato. Al responsabile del mio staff elettorale, David Plouffe, taciuto eroe di questa campagna, che ha realizzato la migliore, la migliore campagna politica, penso, della storia degli Stati Uniti d’America! Al mio capo stratega, David Axelrod che è stato mio partner in ogni passo del cammino percorso. Alla migliore squadra elettorale mai messa assieme nella storia politica: a voi tutto ciò è dovuto, e vi sarò per sempre grato per quello che avete sacrificato per realizzarlo. Ma al di sopra di tutto, non dimenticherò mai coloro ai quali realmente appartiene questa vittoria. Appartiene a voi! Appartiene a voi! Non sono mai stato un candidato favorito per questa carica. Non abbiamo mai avuto né molto denaro né molto consenso. La nostra campagna non è stata ordita nelle stanze di Washington. È cominciata nei cortili di Des Moines, nei soggiorni di Concord, sotto i portici di Charleston. E’ stata fatta da uomini e donne che hanno dato quel poco che avevano da dare: 5 o 10 o 20 dollari per la causa. Ha tratto la propria forza da quei giovani che hanno respinto il mito di una generazione apatica e hanno lasciato le proprie case e le proprie famiglie per lavori che offrivano pochi soldi e ancor meno riposo. Ha preso la propria energia da quei meno giovani che hanno sfidato il freddo gelido e il caldo bruciante per bussare alle porte di perfetti sconosciuti, e dai milioni di americani che hanno prestato la propria opera volontaria e lavorato e provato che, più di due secoli dopo, il governo delle persone, dalle persone e per le persone non è stato inghiottito dalla Terra. Questa è la vostra vittoria! E io so che non avete fatto tutto ciò che avete fatto per vincere un’elezione. E so che non l’avete fatto per me. Lo avete fatto perché capite l’enormità del compito che abbiamo davanti. Perché anche se stanotte stiamo festeggiando, sappiamo bene che le sfide che ci attendono domani saranno le più importanti della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria del secolo. Anche se stanotte siamo qui, sappiamo che ci sono dei coraggiosi americani che si stanno svegliando nei deserti dell’Iraq e nelle montagne dell’Afghanistan per rischiare le proprie vite per noi. Che ci sono madri e padri che resteranno svegli dopo che i loro bambini si saranno addormentati e si chiederanno come faranno con l’ipoteca o a pagare il conto del medico o a risparmiare abbastanza per l’università dei loro figli. Ci sono nuove energie da imbrigliare, nuovi posti di lavoro da creare, nuove scuole da costruire, minacce da fronteggiare, alleanze da ricostruire. La strada che abbiamo davanti è lunga. La salita è ripida. Potremmo non arrivarci in un anno e nemmeno in un mandato. Ma, America, non ho mai auto tanta speranza quanta ne ho stasera sul fatto che ci arriveremo! Io vi prometto che noi ci arriveremo! Ci saranno ostacoli e false partenze. Molti non concorderanno con tutto ciò che deciderò o con le mie politiche da Presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma sarò sempre onesto con voi riguardo alle sfide che dovremo affrontare. Vi ascolterò, soprattutto quando non sarete d’accordo. E, sopra ogni cosa, vi chiederò di partecipare alla ricostruzione di questa nazione, nell’unico modo in cui l’America è stata fatta per 221 anni - - edificio per edificio, mattone per mattone, mano callosa per mano callosa. Ciò che è cominciato 21 mesi fa nel cuore dell’inverno non può terminare in questa notte d’autunno. Questa vittoria da sola non è il cambiamento che vogliamo. E’ solo l’opportunità di realizzare quel cambiamento. E ciò non può accadere se ritorniamo indietro al modo in cui le cose erano. Non può accadere senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio. Dunque facciamo appello ad un nuovo spirito di patriottismo e di responsabilità, per cui ognuno di noi si rimbocchi le maniche e lavori duramente e si prenda cura non solo di sé stesso ma anche degli altri. Ricordiamoci che se la crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa è che non possiamo avere un Wall Street ricco e un "Main Street" (n.d.t inteso nel senso del popolo, della gente comune) in sofferenza. In questo paese, nasciamo e moriamo come Una Nazione, Un Popolo. Non cediamo alla tentazione di ricadere nella faziosità, nella chiusura mentale e nell’immaturità che ha avvelenato la nostra politica così a lungo. Ricordiamoci che è stato un uomo originario di questo stato a portare per primo lo stendardo del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato sui valori dell’autostima, della libertà individuale e dell’unità nazionale. Quei valori sono valori che tutti noi condividiamo. E mentre il Partito Democratico vince un’importante elezione stanotte, noi lo facciamo con una dose di umiltà e determinazione a sanare le divisioni che hanno ostacolato il nostro progresso. Come disse Lincoln di fronte ad una nazione ben più lacerata della nostra, noi non siamo nemici ma amici. Anche se le nostre passioni possono averci infiammato, non devono rompersi i nostri legami di affetto. E per quegli americani il cui sostegno non ho ancora guadagnato: posso non aver vinto il vostro voto stanotte, ma sento le vostre voci, ho bisogno del vostro aiuto. E sarò anche il vostro Presidente. E per tutti coloro che stanotte ci guardano al di là delle nostre sponde, da palazzi e parlamenti, per coloro radunati attorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo: le nostre storie sono differenti, ma il nostro destino è comune, ed una nuova alba per una leadership americana è a portata di mano. A coloro che invece vorrebbero distruggere questo mondo dico: vi sconfiggeremo. A coloro che cercano pace e tranquillità dico: vi aiuteremo. E a coloro che si chiedono se la lanterna americana è ancora accesa dico: questa sera noi abbiamo dimostrato ancora una volta che la vera forza della nostra nazione non nasce dalla potenza delle nostre armi o dal cumulo delle nostre ricchezze, bensì dalla vitalità duratura dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e tenace speranza. Perché questo è il vero spirito dell'America: l'America può cambiare. La nostra unione può essere realizzata. E quello che abbiamo già conseguito deve darci la speranza di ciò che possiamo e dobbiamo conseguire in futuro. In queste elezioni si sono viste molte novità e molte storie che saranno raccontate per le generazioni a venire. Ma una è nella mia mente più presente di altre, quella di una signora che ha votato ad Atlanta. Al pari di molti altri milioni di elettori anche lei è stata in fila per far sì che la sua voce fosse ascoltata in questa elezione, ma c'è qualcosa che la contraddistingue dagli altri: Ann Nixon Cooper ha 106 anni. È nata a una sola generazione di distanza dalla fine della schiavitù, in un'epoca in cui non c'erano automobili per le strade, né aerei nei cieli. A quei tempi le persone come lei non potevano votare per due ragioni fondamentali, perché è una donna e per il colore della sua pelle. Questa sera io ripenso a tutto quello che lei deve aver visto nel corso della sua vita in questo secolo in America, alle sofferenze e alla speranza, alle battaglie e al progresso, a quando ci è stato detto che non potevamo votare e alle persone che invece ribadivano questo credo americano: Yes, we can. Nell'epoca in cui le voci delle donne erano messe a tacere e le loro speranze soffocate, questa donna le ha viste alzarsi in piedi, alzare la voce e dirigersi verso le urne. Yes, we can. Quando c'era disperazione nel Dust Bowl (la zona centro meridionale degli Stati Uniti divenuta desertica a causa delle frequenti tempeste di vento degli anni Trenta, NdT) e depressione nei campi, lei ha visto una nazione superare le proprie paure con un New Deal, nuovi posti di lavoro, un nuovo senso di ideali condivisi. Yes, we can. Quando le bombe sono cadute a Pearl Harbor, e la tirannia ha minacciato il mondo, lei era lì a testimoniare in che modo una generazione seppe elevarsi e salvare la democrazia. Yes, we can. Era lì quando c'erano gli autobus di Montgomery, gli idranti a Birmingham, un ponte a Selma e un predicatore di Atlanta che diceva alla popolazione : "Noi supereremo tutto ciò". Yes, we can. Un uomo ha messo piede sulla Luna, un muro è caduto a Berlino, il mondo intero si è collegato grazie alla scienza e alla nostra inventiva. E quest'anno, per queste elezioni, lei ha puntato il dito contro uno schermo e ha votato, perché dopo 106 anni in America, passati in tempi migliori e in ore più cupe, lei sa che l'America può cambiare. Yes, we can. America, America: siamo arrivati così lontano. Abbiamo visto così tante cose. Ma c'è molto ancora da fare. Quindi questa sera chiediamoci: se i miei figli avranno la fortuna di vivere fino al prossimo secolo, se le mie figlie dovessero vivere tanto a lungo quanto Ann Nixon Cooper, a quali cambiamenti assisteranno? Quali progressi avremo fatto per allora? Oggi abbiamo l'opportunità di rispondere a queste domande. Questa è la nostra ora. Questa è la nostra epoca: dobbiamo rimettere tutti al lavoro, spalancare le porte delle opportunità per i nostri figli, ridare benessere e promuovere la causa della pace, reclamare il Sogno Americano e riaffermare quella verità fondamentale: siamo molti ma siamo un solo popolo. Viviamo, speriamo, e quando siamo assaliti dal cinismo, dal dubbio e da chi ci dice che non potremo riuscirci, noi risponderemo con quella convinzioni senza tempo e immutabile che riassume lo spirito del nostro popolo: Yes, We Can. Grazie. Dio vi benedica e possa benedire gli Stati Uniti d'America.
obama
| inviato da michelemas il 6/11/2008 alle 17:58 | |
4 novembre 2008
La crisi e il socialismo per ricchi
MIKHAIL GORBACIOV
Man mano che la crisi finanziaria globale diventa sempre più profonda, diventa chiaro che il collasso della Borsa ha colpito non solo i ricchi - il cui tenore di vita probabilmente non ne verrà affetto - ma anche milioni di persone comuni che hanno affidato i risparmi della loro vita ai mercati.
Questa crisi finanziaria appare solo la prima fase di una crisi più vasta dell’economia che potrebbe essere la peggiore dalla Grande Depressione degli Anni 30. Questa crisi non è nata dal nulla. Avvertimenti erano venuti da diverse parti, inclusi gli economisti, non soggetti normalmente alla tentazione di nutrire inutili ottimismi. Cautela è stata raccomandata anche dai veterani della politica mondiale della Commissione Trilaterale e del World Political Forum, preoccupati nell’osservare i mercati finanziari diventare una bolla pericolosa, con un legame scarso o addirittura nullo con i flussi reali di beni e servizi. Tutti questi avvertimenti sono rimasti inascoltati.
Nei prossimi mesi l’avidità e l’irresponsabilità dei pochi colpirà tutti noi. Nessun Paese e nessun settore riusciranno a sfuggire alla crisi. Il modello economico radicato nei primi Anni 80, basato sulla massimizzazione dei profitti grazie all’abolizione della regolazione necessaria a proteggere gli interessi della società nel suo insieme, sta tramontando.
Per decenni ci siamo sentiti ripetere che questo modello avrebbe portato benefici a tutti, e che «l’alta marea finisce col sollevare tutte le barche». Ma le statistiche dicono che non è stato così. La crescita economica degli ultimi decenni - assai modesta se paragonata a quella degli Anni 50-60 - ha beneficiato in modo sproporzionato i membri più ricchi della società. Il tenore di vita della classe media è invece fermo, e la voragine tra i ricchi e i poveri è aumentata perfino nei Paesi economicamente più sviluppati.
Il sistema è stato reso ancora più precario dai prestiti irresponsabili sostenuti da complessi strumenti derivati, che alla fine si sono rivelati complicate piramidi finanziarie. Perfino la maggior parte degli economisti e dei bancari non riesce a spiegare come funzionano. A beneficiare maggiormente di questi schemi sono stati i loro inventori.
Di tutti i fatti venuti alla luce nelle ultime settimane, uno mi ha colpito in particolare. L’anno scorso le maggiori banche d’investimento americane hanno pagato, secondo alcune stime, 38 miliardi di dollari di bonus. Suddividendo questa somma per i numeri della loro forza lavoro viene fuori la cifra di 200 mila dollari per persona: quattro volte più del reddito di una famiglia americana media! In più c’erano i «paracadute dorati», i pacchetti di buonuscita multimilionari pagati ai dirigenti delle banche che sono crollate o sono state salvate dal governo.
Questo è il risultato: capitalismo tagliagola per la maggioranza e «socialismo» degli aiuti governativi per coloro che sono già ricchi. Fra tre o quattro anni, quando ci saremo lasciati alle spalle la fase acuta della crisi, queste stesse persone ci diranno che il capitalismo più «crudo» funziona meglio e dovremmo lasciarli liberi da ogni costrizione. Fino alla prossima crisi ancora più devastante?
L’attuale modello di globalizzazione ha portato alla deindustrializzazione di intere regioni, deteriorando le infrastrutture, togliendo funzionalità ai sistemi sociali e provocando tensioni a causa di processi economici, sociali e di immigrazione incontrollati e non regolati. Il danno morale è stato enorme, rispecchiato perfino nel linguaggio: l’evasione fiscale è diventata «pianificazione fiscale», licenziamenti di massa sono diventati «ottimizzazione del personale» e via di questo passo.
Il concetto di uno sviluppo sostenibile per le generazioni future è stato soppiantato dall’idea del libero commercio come panacea per tutti i problemi. «Domani è un altro giorno», è il motto di questi tempi, mentre il 60% degli ecosistemi, secondo le ricerche promosse dall’Onu, sono già stati danneggiati. Il ruolo dello Stato e della società civile è stato ridotto, con gli uomini visti non più come cittadini ma, nel migliore dei casi, come «consumatori di servizi offerti dal governo». Il risultato è un mix esplosivo di darwinismo sociale - sopravvive il più forte, i deboli muoiano - e della filosofia del «dopo di noi il diluvio».
La crescente crisi dell’economia mondiale, oggi, finalmente attrae l’attenzione dei politici. Per motivi comprensibili, ci si concentra su misure di salvataggio immediate. Sono senz’altro necessarie, ma c’è anche bisogno di riconsiderare le basi del modello socio-economico della società moderna, direi addirittura la sua filosofia, che si è rivelata assai primitiva, basata interamente sul profitto, il consumismo e il guadagno personale. Perfino il guru della teoria monetarista moderna, il defunto Milton Friedman - che ho avuto modo di incontrare - sosteneva che non si poteva ridurre tutto all’Homo oeconomicus, che la vita sociale non è fatta solo di interessi economici.
Tempo fa ho invocato una combinazione di morale e politica. Durante la perestroika ho cercato di seguire sempre l’idea che la politica dovesse contenere una componente morale. Penso che per questa ragione, nonostante gli errori commessi, siamo stati in grado di tirare la Russia fuori dal totalitarismo: per la prima volta nella nostra storia, un cambiamento radicale è stato avviato e portato a un punto di non ritorno senza un bagno di sangue.
È arrivato anche il momento di combinare la morale e gli affari. È un argomento difficile. Ovvio che un business deve fare profitti, oppure morirà. Ma sostenere che l’unico dovere morale di un uomo d’affari è fare soldi significa portarsi a un passo dall’idea del «profitto a ogni costo». E mentre nell’economia reale che produce esiste ancora una qualche trasparenza - dovuta a tradizioni, e alla presenza dei sindacati e di altre istituzioni - che permette alla società di mantenere una certa influenza, la sfera dell’«ingegneria finanziaria» ne è priva. Non c’è nessuna glasnost, nessuna trasparenza, nessuna moralità. E le conseguenze sono state devastanti.
L’alleanza tra politici e uomini d’affari, che per decenni avevano spinto verso la deregulation diffondendo i principi del laissez-faire nelle economie di tutto il mondo, insieme con gli analisti che esaltavano i titoli delle società in cui avevano interessi, e i teorici dell’economia che offrivano come unica soluzione a ogni problema il «togliere il controllo a qualunque cosa», è stata distruttiva e spesso corrotta. L’abbiamo visto in Russia, dove queste ricette sono state promosse con frenesia quasi maniacale negli Anni 90. Ora che questa piramide perniciosa e immorale sta crollando, dobbiamo pensare a un modello che la rimpiazzerà. Non chiedo di abbatterla senza pensarci, e non ho soluzioni pronte a portata di mano. Il cambiamento deve essere evolutivo. Un nuovo modello dovrà emergere, basato non più soltanto sul profitto e sul consumismo.
Sono convinto che in un’economia nuova i bisogni della società e i beni della società devono svolgere un ruolo assai maggiore di quello attuale. I bisogni della società sono abbastanza chiari: un ambiente sano, un’infrastruttura moderna e funzionale, un sistema di istruzione e sanità, alloggi accessibili. Costruire un modello che abbia al centro queste necessità richiederà tempo e sforzo. Ci vorrà una svolta intellettuale. Ma i politici che portano la responsabilità per il superamento dell’attuale crisi devono ricordarsi una cosa: senza una componente morale ogni sistema è condannato a fallire.
La Stampa
crisi
| inviato da michelemas il 4/11/2008 alle 16:37 | |
31 ottobre 2008
Questi fantasmi
La violenza politica è una bestia che si autoalimenta, che si dilata a dismisura quanto più riesce a occupare il centro della scena, quando riesce a imporsi con prepotenza nel cuore del discorso pubblico. L’escalation violenta è una profezia che si autoavvera se riesce a trasmettere con successo la sua atmosfera impastata di angoscia e di tensione. Perciò i trecento violenti che da opposte sponde, durante una manifestazione di migliaia e migliaia di studenti, si sono affrontati con le mazze e le spranghe a Piazza Navona, riuscirebbero a riscattare la loro miserabile minorità quantitativa se si regalasse loro un supplemento di attenzione (e di apprensione) che non meritano. E raggiungerebbero un altro scopo: risvegliare i nostri fantasmi facendoci smarrire il senso della realtà e delle sue giuste proporzioni.
I violenti esistono, e di loro si devono efficacemente occupare i responsabili dell’ordine pubblico. Esistono (sempre) le frange lunatiche, gli irriducibili dell’estremismo manesco e arrogante. Si sono esibiti a piazza Navona ed è più che probabile che nel girotondo dei cortei e delle occupazioni possano trovare altri palcoscenici propizi per le loro ostentazioni di potenza para-militare. Ma quello che ci attanaglia e ci impedisce di capire è invece lo spettro della violenza, il ricordo lancinante di stagioni in cui la violenza, il terrore, il sangue, lo scontro fisico e persino i deliri di annientamento del nemico politico diventarono il tragico tono dominante di un’epoca, trascinando l’intero «movimento» di allora nei gorghi di una deriva cruenta. È il fantasma degli «anni Settanta » che ci induce ogni volta a decifrare le cose come un’eterna ripetizione del sempre uguale, come la replica e la riattualizzazione interminabile di un momento archetipico della nostra storia.
A intensificare questo sentimento di perenne già visto e già sofferto contribuiscono certo le liturgie, i modi d’essere e di parlare di una generazione che anche stavolta non finisce di abbeverarsi alla mitologia di un fantastico e primigenio ’68 da far rivivere con appositi riti mimetici. E del resto il lugubre armamentario dei violenti di piazza Navona (le solite spranghe, i soliti caschi, i soliti visi coperti, le solite agili movenze che teatralizzano lo scontro fisico, i soliti camioncini zeppi di armi contundenti) appare anch’esso come il canovaccio ossessivo di chi vuole recitare il remake degli eterni anni Settanta.
Ma, come in un gioco di specchi, la stessa fissazione rischia di riverberarsi nelle teste e nelle penne di chi commenta, interpreta i fatti di questi giorni, indaga la dinamica delle piazze solcate dagli studenti, appannando la capacità di distinguere e cogliere le differenze, ingigantendo allarmi, fobie, timori alimentati dai traumi del passato. E invece trecento violenti non sono la prefigurazione di ciò che dovrà necessariamente accadere in dimensioni maggiori e più drammatiche: sono trecento violenti e basta. Non un prolungamento dei cruenti anni Settanta, ma una scheggia delimitata e circoscritta cui si può ancora impedire di contaminare i tanti che con la pratica e il mito della violenza non hanno (al momento) nessuna dimestichezza, nessuna attrazione fatale.
La violenza degli anni Settanta disponeva di una diffusa ideologia che forniva ai violenti legittimazione e credibilità. Si inscriveva in un contesto emotivo e morale che aveva ancora nel mito della palingenesi rivoluzionaria la sua fonte di ispirazione. Era immerso in un movimento che individuava nella figura del poliziotto il braccio armato dello «Stato borghese» da abbattere con tutti i mezzi. La guerra sanguinosa tra «fascisti» e «comunisti» era l’orizzonte esistenziale di un numero incalcolabile di giovani e meno giovani. Oggi fare il gioco della guerra tra «fascisti» e «comunisti» è solo un patetico rifacimento di una storia senz’anima e il richiamo alle identità maledette del passato, una recita in cui l’attimo dello scontro violento ne è solo il compimento rituale. La sovraesposizione mediatica di cui la scena violenta inevitabilmente gode dipende dalle qualità spettacolari che l’urto delle spranghe e dei volti coperti contiene in sé. Ma la paura che il tafferuglio di piazza Navona possa essere l’inizio di una svolta violenta destinata a coinvolgere centinaia di migliaia di persone finora immuni dal virus della violenza è piuttosto la proiezione di un incubo, l’incubo degli anni Settanta, che rischia di materializzare i fantasmi evocati, anziché allontanarli e tenerli a bada.
Perché ciò non accada, molto dipenderà dagli stessi studenti se saranno in grado di arginare la tentazione della radicalizzazione violenta inopinatamente risvegliata dai fatti di piazza Navona e se sapranno sottrarsi all’incantamento politico-mediatico in cui si privilegia il gesto che fa scalpore a scapito di tutto il resto. Molto dipenderà dalla saggezza di chi nel governo ha le redini dell’ordine pubblico e vorrà muoversi per isolare e rendere innocui i pochi violenti e non per regalare generosamente loro un piedistallo martirologico. Molto dipenderà anche da chi commenta e interpreta la protesta, se riuscirà a non lasciarsi imprigionare dai fantasmi del passato e da uno schema ricalcato sugli avvenimenti di oltre tre decenni fa. La storia non è un destino già scritto in partenza e la lezione del passato non può essere un alibi, un automatismo mentale per non capire che non tutto è sempre uguale a se stesso, malgrado le apparenze.
25 ottobre 2008
Nel paese dello zio Ho
di Lorenzo Fazzini
"Lei non conosce i comunisti. Se le raccontassi apertamente tutto quello che fanno contro la Chiesa, domani mi arresterebbero e mi manderebbero in prigione". Il vescovo vietnamita che mi fa questa confidenza allarga le braccia sconsolato. Perchè finire in carcere per la propria fede è un'opzione realistica, in un paese in cui il Partito è ancora sovieticamente un dio.
Con termini più diplomatici il cardinale Jean-Baptiste Pham Minh Manh, arcivescovo di Ho Chi Minh City, ammette che "la situazione è difficile". Nelle sue parole c’è tutto quel che basta a evocare quella finzione di "libertà" religiosa che stritola la Chiesa in Vietnam. "La Chiesa è libera ma non ha il diritto di esserlo", afferma il cardinale mentre mi apre la porta della sua residenza nei pressi della centralissima cattedrale di Notre Dame. Di fronte al vescovado, sulla facciata dell’ex palazzo presidenziale del Vietnam del Sud, fa mostra di sé un cartellone propagandistico dipinto di rosso. "Il Partito comunista, il governo e il distretto popolare 5 ti dicono: studia e segui l’esempio di zio Ho Chi Minh", recita la scritta, col padre della patria che sorride col suo pizzetto bianco. In Vietnam i cattolici sono l’8 per cento degli 84 milioni di abitanti e la Chiesa gode di un prestigio sociale indiscusso anche tra i non cristiani, ma dalla fine della scorsa estate le tensioni sono arrivate a un punto di rottura. Oggetto del contendere sono alcuni terreni, edifici e strutture un tempo di proprietà ecclesiastica, confiscati dai vietminh dopo la conquista del potere ad Hanoi, nel Nord, nel 1954; confische che si sono ripetute nel 1975 nel Sud una volta occupata Saigon, l’attuale Ho Chi Minh City. Sono questi beni che ora la Chiesa richiede indietro a un paese che inizia ad aprirsi alle libertà economiche e che nel 2006 è entrato nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, WTO.
Per oltre dieci anni – fino alla metà degli anni Ottanta – i comunisti hanno tenuto chiuse le chiese. La cappella dell’università di Dalat, secondo centro accademico del paese, ha subìto una singolare trasformazione: al posto della croce, sul campanile, oggi svetta una stella rossa di sovietica memoria. I seminari sono divenuti edifici statali. A Huê, antica capitale imperiale, il seminario minore nel quale studiò il futuro cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân, martire della fede, imprigionato per 13 anni, è diventato il più lussuoso albergo della città. Il convento carmelitano di Hanoi – qui Santa Teresa di Lisieux sognava di venire missionaria – è stato trasformato in un ospedale. Una chiesa a pochi passi dall’ambasciata d'Italia nella capitale è divenuta un magazzino.
Di fronte a episodi di corruzione sfacciata, in cui i terreni vengono venduti a industrie statali o private in cambio di cospicue tangenti ai funzionari di governo, i cattolici sono scesi in piazza. In piazza a pregare, come spiegano alla conferenza episcopale vietnamita, che raccoglie i vescovi delle 27 diocesi del paese. La Chiesa esige la restituzione di proprietà di cui oggi ha più bisogno che mai per accudire un popolo di fedeli in crescita: solo a Ho Chi Minh City si contano ogni anno 9 mila battesimi di adulti. Fedeli e pastori si pongono una domanda semplice: perché in un Vietnam che cresce economicamente al tasso dell’8 per cento all’anno, con aziende giapponesi e “yankee” che investono, grattacieli che spuntano come funghi assieme a hotel di lusso (nella località costiera di Nha Trang il il vescovado è ora circondato da un nuovo hotel Hilton a destra e da due torri avveniristiche a sinistra), la Chiesa non ha il diritto di vedersi riconsegnati beni e proprietà portati via con la forza trent'anni fa?
A metà agosto hanno iniziato a manifestare pacificamente i fedeli della parrocchia redentorista di Thai Ha, nei sobborghi di Hanoi. Su un terreno di 14 mila metri quadrati, che le autorità sostengono falsamente essere stato ceduto dai religiosi allo Stato negli anni Sessanta, un’azienda statale vuole costruire una strada. La polizia è intervenuta con bastoni elettrici e gas irritanti contro anziani e bambini. Sei persone sono state arrestate. Perché?
"Perché pregavano in maniera pacifica. Questa violazione dei diritti dell’uomo è inaccettabile, lo scriva e lo dica al mondo". Monsignor Joseph Ngo Quang Kiet, arcivescovo di Hanoi da poco più di 3 anni, non ha paura di denunciare quanto avvenuto a Thai Ha e non solo. Ora lui è nell’occhio del ciclone per essersi schierato prima a fianco della parrocchia redentorista e poi per aver guidato la più grande manifestazione di protesta non violenta che si ricordi ad Hanoi dal 1954.
Il 21 settembre 10 mila persone si sono radunate a pregare sul piazzale dell’ex nunziatura apostolica, adiacente al vescovado di Hanoi, nel centralissimo distretto di Hoàn Kiem. La protesta era la risposta al fatto che dopo nove mesi di trattative con le autorità della capitale, due giorni prima, di notte, improvvisamente, bulldozer e operai edili scortati da esercito e polizia erano entrati nel terreno dell’ex delegazione apostolica per realizzare un parco pubblico.
"Non ci hanno avvertiti, hanno fatto tutto in maniera unilaterale interrompendo il dialogo che portavamo avanti da mesi", è la lamentela che arriva dai piani alti della Chiesa vietnamita. Il cardinale Pham Minh Manh rincara la dose: "Ho pubblicamente ribadito che la politica della Chiesa si basa su un dialogo fondato su verità, giustizia e carità. Ma questo dialogo è difficile perché tale parola, dialogo, neppure esiste nel vocabolario comunista, come non esiste il termine solidarietà".
Ora le preghiere di protesta sono state sospese, come i lavori edilizi. Intanto però monsignor Kiet ha vissuto da sorvegliato speciale per alcune settimane. Andare a incontrarlo significava passare tra registratori, macchine fotografiche e cineprese nascoste, piazzate intorno al vescovado per identificare chiunque si avvicinasse a lui. Solo dopo la prima settimana di ottobre questo vescovo di 56 anni che ha studiato all’Institut Catholique a Parigi e ha guidato due diocesi del Nord – dove i cattolici sono stati ridotti a soli 6 mila fedeli dalla repressione comunista – ha potuto comparire di nuovo in pubblico. Per assistere all’ordinazione episcopale del nuovo vescovo di Bac Ninh, 30 chilometri a nord dalla capitale, i fedeli lo hanno quasi travolto nel manifestargli la loro solidarietà in questa sua coraggiosa azione per la libertà della Chiesa.
Infatti, quella che potrebbe sembrare una mera questione edilizia è in realtà un atto di repressione della Chiesa. Da alcune voci autorevoli del cattolicesimo vietnamita arrivano stringenti argomentazioni sul perché questa vicenda – la restituzione dei beni confiscati – sia la linea di resistenza da cui dipende il futuro del cattolicesimo nella patria di zio Ho.
"Abbiamo chiesto molte volte al governo, con domande scritte, la restituzione delle nostre proprietà, di cui possediamo i documenti. Il più delle volte le autorità non ci hanno nemmeno risposto. Qualche volta hanno detto: vediamo, stiamo valutando", spiega padre Thomas Vu Quang Trung, provinciale dei gesuiti a Thu Duc, periferia di Saigon. "Nel ’75, dopo l’espulsione dei religiosi stranieri, il ragionamento del governo è stato semplice: siete troppo pochi per tutte queste strutture, le prendiamo noi per usarle per il popolo".
Padre Trung allarga le braccia: "Si può anche accettare che usino una nostra vecchia proprietà, come la nostra casa di Dalat, per uno scopo pubblico, cioè per farne scuole o ospedali. Ma farle diventare una discoteca, come è capitato a una struttura di suore a Ho Chi Minh City, questo no! Il nostro studentato di Hu è diventato un supermercato. Le nostre richieste di restituzione continuano, anche perché è una questione che riguarda non solo i cattolici, ma tutte le confessioni religiose e anche la gente normale, il popolo. Le due vertenze del Nord – l’ex nunziatura di Hanoi e la parrocchia redentorista – non riguardano solo la proprietà di un terreno, ma il modo in cui è amministrata la giustizia".
Padre John Nguyen Van Ty, già superiore dei salesiani, consigliere del cardinale Pham Minh Manh, è ancora più esplicito: "Le autorità temono un effetto domino: se cedono su Hanoi, c’è il rischio che tutte le religioni reclamino le loro esigenze in nome della giustizia. Questa vicenda di Hanoi, secondo alcuni, può essere la scintilla che fa bruciare tutto. Sia i cattolici del Vietnam che quelli della diaspora sono uniti: non cediamo, è una questione di giustizia, non di libertà religiosa ma di diritto. Fa bene il Vaticano a non intervenire sulla questione, considerandola un affare della Chiesa locale. Altrimenti la cosa verrebbe considerata un fatto solo confessionale e invece è un problema di giustizia. Certo, stanno facendo pesanti intimidazioni con minacce all’arcivescovo, incursioni di bande violente, arresti di cattolici, insulti quotidiani sui media contro la Chiesa. I comunisti hanno paura dei cattolici perché sono la religione organizzata più forte in tutto il paese. Ma tra gli intellettuali, docenti universitari, studenti e giornalisti, si inizia a capire la realtà, cioè che il comunismo opprime, e vedono nella Chiesa un luogo di libertà".
Padre Francis Xavier Phan Long, guida della provincia francescana, spiega che i vescovi vietnamiti hanno fatto benissimo a "piantare il chiodo" della proprietà privata, chiedendo pubblicamente al governo di rivedere la legge – "sorpassata e datata" l’ha definita il presidente della conferenza episcopale, monsignor Peter Nguyen Van Nhon – che assegna solo allo Stato il possesso della terra.
"Sono contento del fatto che i vescovi abbiano avuto per la prima volta una posizione comune su un problema concreto. Di solito, quando facevano la loro assemblea annuale, emettevano un comunicato finale che riguardava questioni molto generali", spiega padre Long nel suo ufficio nel centro di Ho Chi Minh City. "Questa volta, in maniera nuova, hanno affrontato una questione calda come quella di Hanoi, insistendo sul dialogo franco e diretto con le autorità. Non sappiamo se la legge sulla proprietà privata cambierà, ma noi ci speriamo. Io una cosa alle autorità l’ho già detta...".
Che cosa? Risponde: "Quando sono iniziati i fatti di Hanoi, il ministero della sicurezza mi ha convocato per chiedere la mia opinione su quanto stava accadendo. Ho avvertito che se il governo in futuro si impossessasse di proprietà dei francescani noi saremo pronti a lottare. Pacificamente, visto che siamo figli di san Francesco. Ma non saremo comunque disposti a rinunciare alla lotta".
vietnam
chiesa cattolica
| inviato da michelemas il 25/10/2008 alle 18:15 | |
24 ottobre 2008
In Vietnam la Chiesa non ha paura. Il regime comunista sì
Perché vede nella Chiesa cattolica un luogo di libertà, da tutti desiderata. E allora la schiaccia, per arrestare il contagio. Il reportage di un inviato sul campo
di Sandro Magister
ROMA, 22 ottobre 2008 – Nel sinodo che è in corso in Vaticano siedono anche due vescovi del Vietnam: quello di Nha Trang, Joseph Vo Duc Minh, e quello di Thanh Hóa, Joseph Nguyên Chi Linh.
Quest'ultimo, prendendo la parola in aula la mattina del 13 ottobre, ha definito la Chiesa del Vietnam "una delle Chiese più provate da persecuzioni sanguinose e ininterrotte". Subito dopo, però, ha rincuorato gli astanti con questa frase della costituzione conciliare Gaudium et Spes:
"La Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall'opposizione di quanti la avversano o la perseguitano".
Prove di questo "giovamento" – ha detto – sono la fioritura in Vietnam delle conversioni e il crescente rispetto tributato ai cattolici per il loro prodigarsi a difesa della maternità, in un paese ad altissimo tasso di aborti. Nell'aula del sinodo il vescovo non ha aggiunto altro, per descrivere le tribolazioni dei cattolici nel Vietnam d'oggi. Ma le notizie diffuse ogni giorno da agenzie come "Asia News" e "UCA News" attestano un crescendo di difficoltà. Per aver affermato, dopo un incontro infruttuoso con esponenti del regime comunista, che la libertà religiosa "è un diritto, non un privilegio", anche l'arcivescovo di Hanoi, Joseph Ngo Quang Kiet, è finito sotto attacco. Il sindaco della città, Nguyên The Thao, astro nascente della scena politica vietnamita e probabile futuro primo ministro, ha reclamato la sua rimozione.
A sua volta, il primo ministro in carica, Nguyên Tan Dung, ha minacciato che le rivendicazioni dei cattolici, se non avranno fine, "avranno un impatto negativo sui rapporti il Vietnam ed il Vaticano". Che tra loro non intrattengono relazioni diplomatiche. In Vietnam la Santa Sede non ha piena libertà di scegliere i nuovi vescovi. La prassi è che Roma presenta ogni volta tre candidati, tra i quali le autorità vietnamite escludono quelli ad esse sgraditi. Le ultime due nomine, seguendo tale prassi, sono state rese pubbliche lo scorso 15 ottobre.
Quattro mesi prima, in giugno, una delegazione della Santa Sede si era recata in Vietnam in visita ufficiale. Il comunicato emesso al termine della missione aveva acceso delle speranze. Ma queste sono state presto cancellate dai fatti.
tratto da qui
vietnam
chiesa cattolica
| inviato da michelemas il 24/10/2008 alle 17:54 | |
|